Mare nostrum

La storia della mia vita é la storia di un equivoco ma soprattutto é figlia del pregiudizio. Tre mesi fa camminavo di notte tra i vicoli di Trastevere, era caldo, e da poco la ressa dei turisti festosi che entrano e escono dai localini a buon prezzo era scemata.
Camminavo senza meta, con la testa piena di pensieri, tra gatti miagolanti sorpresi a frugare tra i rifiuti e le numerose bottiglie di birra vuote, lasciate in mucchi ad ogni angolo pronte a rotolare, portandosi dietro quel suono inconfondibile e fastidioso.

Mi chiamo Abdul ho la pelle color del cioccolato e vivo in un mondo bianco latte. Sono un immigrato clandestino, salpato a Lampedusa, sopravvissuto all’orrore di quella barca avviluppata nelle spire della morte. Ho visto morire uomini accanto a me mentre mi ripetevo: “sono vivo, sono vivo…” per non lasciare all’orrore di avere la meglio, ho sentito donne gravide urlare alla vita e piangere alla morte subito dopo, non dimenticherò mai quegli occhi che si sono chiusi cullati dalle onde.

Sono a Roma da un paio di settimane, mi sono sistemato al mare, ad Ostia con altri immigrati come me, siamo in dieci e dividiamo un appartamento di 50 metri quadri, non é un granché ma mi permette di avere un tetto sulla testa. 

Mi vergogno di essere un clandestino e gli sguardi che mi accompagnano quando giro per strada mi fanno sentire sporco. Sono un ragazzo rispettabile o almeno lo ero finché non é stato necessario scappare dal mio paese. 

Ero innamorato di Faraa e sognavamo di mettere su famiglia, io sono partito dopo di lei, l’anima di Faraa mi ha protetto durante questo viaggio. 

Faraa faceva parte di quel barcone in cui nessuno ha toccato terra, doveva sbarcare in Italia con la sua famiglia ma le fiamme divampate sulla barca hanno messo fine al viaggio di chi la speranza la portava nel cuore.

Io ce l’ho fatta e ce l’ho fatta anche un po’ per Faraa “che il buon Allah mi protegga sempre.”

Quella sera a Trastevere due poliziotti mi hanno raggiunto e fermato: 

-“Favorisca i documenti” – mi ha detto uno di loro in tono perentorio. 

Ero talmente confuso che non ho risposto e così hanno pensato che non parlassi la loro lingua 

-“Capisci l’italiano?…parli francese?” – ha continuato l’altro. 

Mi sono ripreso dallo stato di sgomento e con un filo di voce candidamente ho risposto: – “si!”.

– “E allora i documenti? Sei in regola con i documenti?” – ha incalzato quello più alto.

– “Non li ho” – ho risposto.

– ” A pochi passi da qui c’è stato un tentativo di rapina alla gioielleria, c’erano dei testimoni, l’identikit che ci hanno fornito, corrisponde a te”- mi dice sicuro il poliziotto.

– ” Tutto ciò non é vero, non può essere vero, io non c’ero, sono qui da poco, sto cercando un lavoro come lavapiatti nei ristoranti e ad essere sincero neanche so dove sia la gioielleria in questione.” dico in tutta sincerità ai due poliziotti.

– “Questo lo verificheremo dopo, ad ogni modo devi seguirci in centrale”-  dice il poliziotto più basso aprendomi lo sportello della volante, come se stesse recitando un copione.

Il frastuono della radio della polizia, le luci, le chiacchiere dei due poliziotti, tutto mi sembra così assurdo. Avevo appena trovato lavoro come lavapiatti, in un ristorantino turistico, avrei dovuto iniziare il prossimo fine settimana ed ora mi ritrovo seduto in un’auto della polizia a cercare di fare emergere la mia totale innocenza.

In centrale mi chiedono le generalità, mi interrogano senza ascoltare le mie ragioni, d’altronde la parola di un testimone “bianco” vale più di una “nera” verità, mi scattano delle foto e mi accompagnano in una cella.

– “Passerai qui la notte, avrai bisogno di un avvocato. “- mi dice il poliziotto accompagnandomi in cella

– “Sono qui da poco, non conosco nessuno e se anche conoscessi un avvocato non potrei permettermelo…”- rispondo cercando di nascondere tra le parole un po’ di ironia.

– “Poco male te ne sarà affidato uno d’ufficio” mi dice poco prima di chiudere a chiave la porta della cella. 

Il rumore di quella chiave che ho sentito più e più volte dietro le mie spalle é ancora così vivo in me da farmi trasalire ogni volta che una qualsiasi serratura incontra la sua chiave. La cella é fredda e umida ma posso riposare da solo e questo stanotte al di là di tutto mi sembra un privilegio.

La luce che filtra da sotto la porta della cella mi convince del fatto che sia già mattino, di lí a poco vengo prelevato e portato in una stanza in cui incontro il mio avvocato.

Sono stata convocata stamattina, “avvocato d’ufficio” pare debba rappresentare un immigrato trovato senza documenti e accusato di una rapina in gioielleria insieme a dei complici. Aspetto di incontrarlo in questa sala che la polizia ci ha messo a disposizione. Sarà il solito extracomunitario invischiato in un colpo più grosso di lui, dovrò farlo scagionare e assicurarmi che sia espatriato. 

“É lui, dovrebbe essere Abdul” mi concentro a guardare i suoi movimenti, come si relaziona con il poliziotto che lo scorta, il suo sguardo e le sue espressioni. Il primo impatto per me é fondamentale, in quei pochi attimi in cui l’accusato non si sente sotto pressione, osservato e giudicato dà il meglio di sé, ho imparato a riconoscere da questi piccoli atteggiamenti se un uomo é colpevole o meno.

“Abdul é innocente come un bambino appena nato.”

Gli rivolgo le domande di rito, neanche ascolto le sue risposte tanto sono sicura della sua totale innocenza, mi perdo nel suo sguardo, così profondo e vero, riesco a vedere le sofferenze subite e l’orrore della morte, la povertà della sua terra e la speranza di una vita migliore.

Vorrei dirgli “non hai bisogno di avermi dalla tua parte, sono già con te” mentre lui mi racconta la sua storia, di Faraa che le ha portato via il mare e un destino avverso e della sua terra, a volte così generosa a volte matrigna.

Dal mio primo incontro con Abdul ce ne sono stati tanti, purtroppo Abdul ha scontato in carcere più giorni di quanto meritasse, anche un’ora in più era fin troppo per la sua innocenza. Ma oggi finalmente é libero.



Sono libero, oggi quelle porte del carcere si sono aperte per me, ad aspettarmi c’è Marina o forse dovrei dire l’avvocato Marina, questi mesi di carcere nella completa innocenza mi hanno forgiato il carattere, dovrei essere incattivito con la vita e con questa giustizia che non mi ha creduto innocente, rinchiudendomi, lasciando libero lí fuori il vero colpevole, ma io oggi sono felice, la mia prigionia e presunta colpevolezza mi hanno regalato l’amore di Marina, il mio futuro è un abito bianco al quale promettere fedeltà, oggi é  il giorno della mia rinascita sono un uomo nuovo, un uomo migliore. 
[Questo post partecipa agli esercizi di scrittura del gruppo Aedi Digitali, con tema #equivoco]

Annunci

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...