La ragazza ideale 

Lunedì 

Ho preso il filobus al volo, stamattina ho fatto più tardi del solito e mentre correvo facendo lo slalom tra i chioschi dei fiorai, chiamavo in redazione per comunicare il ritardo, mi chiedo chi abbia messo in giro la storia che gli uomini non sono multitasking.

Mi siedo nell’unico posto vuoto e mi sembra di avere tutti gli sguardi puntati, soffio tra le mani ricoperte dai mezzi guanti e una piccola nuvola di fumo esce dalla mia bocca, mi volto verso sinistra: lei, ha un basco blú i capelli neri a caschetto un cappottino pendant con il cappello, non riesco a vedere di più.

Ha delle cuffie più grandi del suo viso ed é immersa nella lettura di un libro, ha un profilo perfetto, resto a guardarla per qualche minuto, é talmente assorta che non se ne accorge. Vedo da lontano il palazzo della redazione, mi preparo per la fermata, riguardo dalla sua parte nemmeno uno sguardo verso di me.

Martedì 

Non so come ma, mi sono convinto che facendo nuovamente tardi in redazione potró reincontrare la ragazza del filobus, così ho già avvisato a lavoro, mi sono vestito in modo curato, ho il maglione di cachemire che mi hanno regalato i miei a Natale, i pantaloni di velluto e il caban che mi tiene caldo e mi fa “stiloso” allo stesso tempo.

Arrivo alla fermata senza fretta, attendo, spero, sogno finché lo vedo apparire all’orizzonte. Salgo trafelato e nello stesso posto di ieri c’è lei. Solito basco, solito cappotto, indossa dei pantaloni e degli stivali. Solite cuffie e solito libro, solito sguardo perso tra le righe. Non mi ha guardato neanche quando sono salito. C’è un posto davanti a lei, mi siedo, non posso guardarla ma ne sento il profumo: un’ondata di profumo mi inebria il naso.

Mi alzo, la guardo e scendo dal filobus, proprio come ieri.

Mercoledì 

In redazione ho detto che oggi avevo una visita medica, mi sono detto che se la reincontro sul tram non scendo finché non scopro a quale fermata scende. Salgo nel filobus e mi fingo distratto mi siedo dietro di lei, ha dei capelli perfetti e profumati, oggi stranamente non ha le cuffie e ha cambiato il colore del cappotto, direi che questo rosso le dona di più. 

Vedo il palazzo della redazione e quasi ho voglia di andare, di abbandonare l’idea di pedinare la ragazza del filobus. Dopo quattro fermate dalla mia lei scende, si ferma all’edicola e non riesco a vedere altro, il filobus riparte.

Giovedì 

Se continuo di questo passo il direttore mi licenzierà, ma stamattina sono uscito presto, mi sono fermato al chiosco dei fiori ed ho preso una rosa, sono andato al capolinea e l’ho messa sul sedile, che in questi giorni ha sempre occupato lei, mi sono seduto poco distante ed ho aspettato. É salita con un trench beige, il solito basco e un nuovo libro tra le mani, é andata verso il suo posto ha preso la rosa l’ha istintivamente avvicinata al naso, ha guardato dalla mia parte, mi ha sorriso.

Mi sono fatto coraggio e mi sono seduto accanto a lei, mi ha guardato, ha aperto la borsa in cuoio, ha preso un’agenda, l’ha sfogliata in cerca di un foglio vuoto e ha scritto: “grazie“. Non sono riuscito a dirle nulla e le ho sorriso.

Ha scritto: “sei molto carino, non ti avevo mai visto prima su questo filobus”.

– “Solitamente prendo quello prima, ma lunedì ho fatto tardi, poi ti ho vista e ho sempre fatto tardi per vederti”- sorrido imbarazzato per la mia confessione

Scrive: “potresti farti licenziare. Mi chiamo Sophie” “Io sono Luca”.

Si alza e scende, scendo anch’io mi saluta con la mano e entra in un grande edificio, la scuola per i bambini sordomuti. Ho un attimo di sgomento, mi fermo. Salgo le scale dell’edificio chiedo al custode: – Chi é la ragazza che é appena entrata?-

– “Chi Sophie? É un’insegnante.”

Venerdì 

– “Sophie”- la saluto, mi ha tenuto il posto, mi sorride, ha un sorriso stupendo ed é un vero peccato che quelle labbra rosse e bellissime non riescano a pronunciare alcuna parola.

Mi scrive sull’agenda: “in ritardo anche oggi?” Le rispondo: ” Si ma prima che mi licenzino, posso invitarti domani per una passeggiata al parco?” Scrive un SI dai grandi caratteri e già questo mi sembra un buon inizio. Le prendo l’agenda e le scrivo alla data di domani 17,30 all’ingresso del parco vicino all’omino con i palloncini.

Ecco la mia fermata.

Sabato

Sono emozionato, ho indossato i miei pantaloni portafortuna, passo alla cartoleria sotto casa e compro una lavagnetta, un cancellino e una scatola di gessetti. Arrivo per primo, compro tre palloncini e l’aspetto. Dopo poco la vedo arrivare, sorride già da lontano, si capisce dall’andatura che é emozionata almeno quanto me. Le porgo i palloncini, mi saluta con un bacio sulla guancia. Fa per prendere la solita agenda e le porgo il set da scolara, ride e preso un gessetto scrive: “mi sembra un’ottima idea“. 

Trascorriamo un pomeriggio bellissimo, lei ha le mani sporche di gesso ed anche un po’ le guance, é buffa e bellissima allo stesso tempo, mi ha scritto tante cose di lei, le ho detto qualcosa di me. Pazzesco quanto possa essere loquace una ragazza muta. Mi piace stare con lei, mi piacciono i suoi silenzi, tanto da trovare irritante la mia voce, lei mi scrive che adora la mia voce e non sopporta i suoi silenzi, vorrebbe parlarmi ma può solo scrivermi. 

Domenica

Sophie é a casa mia, cammina tra le mie cose, ascolta la mia musica, siede sul mio divano. Io le preparo il pranzo, spero di indovinare i suoi gusti. Le dico che voglio imparare la lingua dei segni mentre affetto le zucchine, continuo: “mi piace frequentarti e di questo passo dovrò svaligiare una scuola per tutto il gesso che consumeremo”, non scrive fa dei segni, non ho ben chiaro cosa mi abbia detto ma a giudicare dal suo sguardo, dal suo sorriso, dal linguaggio del suo corpo c’era un “ti voglio bene” in quei gesti e così le ho risposto: “ti voglio bene anch’io” e lei ha riso poi ha scritto: ” ti ho detto GRAZIE ma anch’io ti voglio bene.
[Questo post partecipa agli esercizi di scrittura del gruppo Aedi Digitali con tema #filobus]

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